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Giornali: quale futuro tra carta e web

Quale futuro, tra carta e web? La domanda si ripropone spontanea per quello che si è visto al Mobile World Congress di Barcellona, appena concluso, e all’annuncio che quest’anno segnerà l’affermazione dei tablet come device di lettura.

Sarà proprio così? Ne parlo con un amico e collega, Claudio Torrella, che ha una conoscenza storica dell’editoria on e off line, dato che ne ha seguito da imprenditore e giornalista gli sviluppi sin dagli anni ’80.

 

LM – L’idea prevalente è che carta e digitale coesisteranno pacificamente. E’ così?

CT – L’idea che carta e digitale possano convivere è tanto diffusa, quanto superficiale. Chi liquida il discorso in questi termini non considera alcune relazioni economico-produttive che secondo me sono ineludibili. E due di queste relazioni sono fondamentali: 
a) la relazione tra costi di produzione e copie vendute;
b) la relazione tra copie vendute e ricavi pubblicitari.

 

LM – La relazione tra costi di produzione e copie vendute è evidente, ma cosa c’entra il digitale?

CT – L’edizione digitale riduce le quantità vendute dell’edizione in versione stampata. Oltre una certa soglia (che varia di giornale in giornale), la riduzione delle copie stampate incide sul costo unitario di produzione e distribuzione, che sale.
Man mano che si riducono le economie di scala (per i giornali si parla di tiratura), qualsiasi prodotto aumenta di costo unitario e dopo poco tempo si rende necessario aumentare il prezzo al pubblico. L’aumento del prezzo si inserisce nella dinamica di riduzione delle vendite, già presente, accelerando il passaggio di altri lettori all’edizione digitale. Visto che i tablet tendono ad avere un costo marginale, anche meno di 100 euro.
Quindi, chi pensa che le edizioni stampate e quelle digitali conviveranno non considera questa dinamica. Una sorta di concorrenza interna che porta al collasso dell’edizione stampata. E su questo aspetto, gran parte dei giornalisti di mezza età non si rassegna. A medio termine, il quotidiano su carta arriverà a costare 2-3 euro e sarà comprato solo da chi è indifferente al prezzo, prima di sparire del tutto.
Questa dinamica dev’essere stata già valutata de monti editori statunitensi, perché si aspettano che l’edizione stampata esca solo una o due volte la settimana.

 

LM – Poi c’è da considerare la caduta pubblicitaria?

CT – Infatti. La riduzione delle copie stampate implica un minor valore degli spazi pubblicitari, quindi meno ricavi, in una situazione già critica per la povertà comunicativa della pubblicità stampata, se confrontata con la televisione (multimediale) e con Internet (interattiva).

 

LM – Come finirà?

CT – L’effetto combinato di prezzo alto e scomodità d’acquisto andrà ad aggiungersi a carenze già sperimentate da tutti e da molto tempo, come il ritardo informativo, l’assenza di link e video. Questi fattori negativi innescheranno un processo circolare di vendite progressivamente sempre più ridotte, fino al punto che l’edizione stampata avrà un punto di pareggio impossibile e sarà antieconomica per la maggior parte delle testate. Testate che passeranno totalmente al digitale, con un fatturato ridotto ma utili in crescita, grazie alla riduzione dei costi, nell’ordine dell’80%.

 

LM – Ci saranno altre conseguenze? Tutto risolto, quindi?

CT – Non proprio, perché i costi attuali dei quotidiani e i capitali necessari per aprirne di nuovi difendono le testate in edicola da una concorrenza diffusa. Ma con il digitale come standard non sarà così. Nasceranno molte nuove testate, con investimenti alla portata di tanti imprenditori, giornalisti, pubblicitari.
A queste condizioni, il successo di una testata d’informazione sarà deciso principalmente dalla qualità dall’offerta al pubblico, dalla capacità di rispondere alla Domanda del pubblico, esattamente com’è per gli altri settori industriali o artigianali. Cioè come per chi produce auto o abbigliamento.

 

LM – Quali conseguenze per i giornalisti?

CT –  I giornalisti generici, così come i giornali generalisti, saranno sempre più in difficoltà. Lo scrivo da anni. Lo sono e lo saranno sempre più principalmente perché c’è una concorrenza informativa a costo zero, che magari vale poco, ma che non costa nulla al lettore.
Competere su questo piano, come si attardano a fare un po’ tutti, è una sciocchezza che qualsiasi studente di economia potrebbe spiegare. Però è così.

 

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